Tia

sabato 6 settembre 2025

In cammino con Tia


 

Scrivi qualcosa degno di essere letto…

o fai qualcosa degno di essere scritto.



Questa frase di Benjamin Franklin mi ha sempre colpito. 

Campeggiava all’inizio del mio blog.

Perché, in fondo, di libri ne ho letti molti—non tantissimi,

ma abbastanza da farmi compagnia nei momenti giusti.

Eppure, non avevo mai pensato di scriverne uno.

La vita è piena di sorprese, e forse è arrivato il momento di mettere nero su bianco qualcosa che valga la pena raccontare.

Perché si scrive?

Forse perché si ha qualcosa da dire...

Forse perché si vuole urlare al mondo:

Io esisto, e questa è la prova.

Magari si scrive per vendere milioni di copie e cambiare la propria vita... Magari...

O forse per guardarsi dentro, per fare chiarezza, per tirare fuori quei sassolini che pesano nelle scarpe.

Si scrive per rivendicare un percorso, una storia.

Perché, in fondo, ci sono mille motivi per scrivere. E io penso di averne almeno uno. Forse centomila Forse nessuno.

Sono Igor.

Non sono solo un narratore, ma il custode delle voci che formano questa storia.

Non parlo da una posizione distaccata: io sono parte della vicenda, un filo invisibile che lega ricordi, sogni e realtà.

In questa narrazione, non sono l’unica voce:

c'è Rocco, il latitante con la sua astuzia e la sua ombra costante.

C'è il Texano, pratico e calcolatore, immerso nel mondo delle strategie e delle onde della Borsa.

E poi ci sono io, Gori, protagonista di un racconto fatto di scelte, legami e misteri.

Questa storia non è solo mia: è il riflesso di un viaggio più grande, dove passato e presente si intrecciano, dove i sogni aprono porte invisibili, e dove ogni azione ha un’eco nel destino.

Io sono qui per guidare il lettore attraverso questo intreccio, per raccontare con cura ogni dettaglio, ogni emozione, ogni svolta.

Prepara la mente e il cuore: ciò che segue non è un semplice racconto, ma un viaggio nel profondo di ciò che significa vivere, scegliere e credere.

Bando alle ciance, si va a raccontare… Inizia in un borgo, San Sostene.




Gregorio del 1800: Il Carbonaio e il Sogno della Libertà



Nella gelida notte della foresta di San Sostene, Gregorio Capano avanzava con il peso di sacchi di carbone sulle spalle e un sogno più grande: un’Italia libera e unita.

Non era solo un carbonaio, ma un rivoluzionario.

Mentre le sue mani plasmavano carbone nei forni, la sua mente forgiava ideali.

Le sue notti erano dedicate alla ribellione, tra messaggi segreti e patti sotto la luna, convinto che il suo sacrificio avrebbe risuonato nelle generazioni future. Quando Teresa Gualtieri gli mostrò

suo figlio, Domenico Antonio, “Micantuani” nel 1830, sentì un brivido, un tremolio, ma non era di freddo, erano gli occhi dell’infante che gli parlavano. Crebbe con braccia forti per la campagna.

Tra l’odore della legna e i racconti paterni,“Micantuani” sposò Barbara Procopio, una donna dal sorriso luminoso e un’indomabile forza d’animo.

Erano anni pieni di speranza, da Roma arrivavano le notizie sulla Repubblica, sulla fuga del papa a Gaeta.

Insieme costruirono una famiglia numerosa, pilastro di speranza a San Sostene.

Antonio, il primogenito, Vincenzo, Gregorio, e sorelle, Maria Rosa, Teresa e Francesca.

Sacrificio e Scelte



La vita a San Sostene era dura, ma piena di momenti condivisi: cene al tavolo di legno, storie attorno al fuoco.

Domenico Antonio portava il peso del passato mentre guardava al futuro con resilienza.

Tra i suoi figli, Gregorio e Vincenzo brillavano come opposti.

Vincenzo, detto "u Malandrinu," era l’anima ribelle e audace;

Gregorio, riflessivo e metodico, era conosciuto come “u poeta”per la sua oratoria.



Basta. La voce di Gregorio, spezzata ma decisa, ruppe il silenzio della stanza come una lama sottile. "Devo cambiare aria, qui non si può più stare," disse, stringendo le mani a pugno. L'eco delle sue parole sembrava rimbalzare contro le pareti, affollate da troppi ricordi e troppe speranze infrante.

Era una riunione di famiglia, la solita, la domenica, quando il lavoro lo permetteva. Ma quella volta l’atmosfera era diversa: pesante, densa come la nebbia che avvolgeva le montagne all'alba. La notizia della Ferriera di Mongiana messa all'asta aveva svuotato l'aria di ogni sogno. Chiusa definitivamente.

"I piemuntisi ci stanno affamando," aggiunse Gregorio, la sua voce ora più alta, più tagliente. Si alzò in piedi, camminando avanti e indietro con passi nervosi. Ma nei suoi occhi brillava qualcosa di diverso: una paura nascosta dietro la rabbia, un dubbio che non voleva confessare nemmeno a sé stesso.

DomenicoAntonio osservava tutto in silenzio. Seduto al suo posto, con le mani posate sul tavolo, sembrava una roccia che resiste a una tempesta. Che senso ha tutto questo? si chiedeva, mentre il cuore gli suggeriva di restare e la mente gli ricordava che la realtà si stava sgretolando sotto i suoi occhi. "Fra castagne, legname, funghi... di fame non si muore," disse infine, con un tono più basso, più calmo. "La montagna ci ha sempre dato sostegno."

Ma mentre pronunciava quelle parole, un nodo si formava nella gola. Sapeva che stava difendendo più di una terra: stava difendendo il passato, i ricordi, e forse anche la paura di cambiare.

"Ha ragione Gregorio," intervenne Vincenzo, appoggiando un pugno sul tavolo. "Dobbiamo andare, altrimenti qui finisce male." Guardò gli altri con occhi sfuggenti, come se già si vedesse altrove, lontano, dove nessuno poteva giudicarlo per i suoi legami con i briganti, né per le sue decisioni affrettate.

Barbara, accanto a DomenicoAntonio, si muoveva appena. Con lo sguardo perso nel vuoto, si chiese cosa significasse davvero restare. Per lei, quella casa e quelle montagne erano tutto, ma era disposta a sacrificarsi per un futuro migliore? "Se restiamo, pagheremo il prezzo," pensò, ma il pensiero rimase silenzioso, inghiottito dal peso del momento.

Gregorio si fermò, fissando il vuoto davanti a sé. "Conosco qualcuno dall’altra parte della montagna, a Dasà," disse infine. La sua voce era più bassa ora, quasi un sussurro. "Mi ha detto che, se voglio, posso andare. La porta è sempre aperta."

Vincenzo e Gregorio



Gregorio e Vincenzo erano come il giorno e la notte.

Dove uno era calma e pianificazione,

l’altro era azione e cuore.

Vincenzo, il maggiore, era conosciuto come "il Malandrino," un nomignolo che racchiudeva il suo spirito ribelle e scanzonato.

Era l’uomo delle soluzioni rapide, del carisma innato,

del fuoco che non si poteva spegnere.

Era il tipo di uomo che potevi immaginare camminare tra la folla con un sorriso spavaldo, capace di portare dalla sua parte anche chi non era d’accordo con lui.

Gregorio, invece, rifletteva prima di agire.

Lo chiamavano anche "u poeta" perché nell’osteria, dopo un bicchiere di vino, era Maestro nel "baccagghju" confronto in musica o una disputa verbale, spesso vivace e creativa.

Pensava al futuro, alle conseguenze, a come ogni passo potesse cambiare il destino della famiglia.

Dopo una discussione sfociate in lite, pensando al peggio,

dovettero allontanarsi dal loro Paese, scappare era la soluzione.

Le montagne di Fabrizia, Arena erano i sentieri da seguire.

A Soriano, i due fratelli si “detteru la manu”

non per mancanza di affetto, ma perché capirono

che era meglio così, se arrestavano uno, l’altro poteva aiutare.

Vincenzo scelse il rischio, il pericolo, Vibo Valentia. Fondò il clan dei Capano. Temuti e rispettati. Gregorio scelse Dasà. Scelse di costruire.

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