Tia si palesa in due sogni in epoche diverse.
Tommaso Capano tornava dall’America. Aveva lavorato, risparmiato, vissuto. Era in forma, con le spalle larghe e il passo sicuro. Il viaggio di ritorno lo aveva riempito di speranza: rivedere la terra, la casa, la moglie. I figli.
Ma qualcosa, dentro, non era tranquillo.
La notte dopo il rientro a Dasà, dormì nella stanza che non vedeva da anni. Il letto era lo stesso, il soffitto basso, il silenzio profondo. Francesca lo abbracciò. Si addormentarono stretti, dopo essersi ritrovati. Fu lì che sognò.
Nel sogno, camminava su una strada che non riconosceva. Né paese né campagna. Solo polvere, vento e silenzio. E poi, da lontano, apparvero tre figure.
La prima era un uomo robusto, con la pelle scura di fuliggine e la camicia aperta sul petto. Sembrava un carbonaio, uno che conosce il fuoco e il peso della fatica. La seconda era più esile, con un cappello stropicciato e una giacca troppo grande. Aveva l’aria di un poeta o di un vagabondo, uno che vive di parole e di solitudine. La terza… la terza era diversa.
Alta, sottile, completamente vestita di nero. Un abito lungo fino ai piedi, un velo scuro che le copriva il capo. Non si vedeva il volto, ma il suo passo era fermo, solenne. Non c’era dubbio: era una donna. La sua presenza piegava il silenzio. Non serviva il volto: bastava il passo.
Tommaso si fermò. Le figure gli passarono accanto senza guardarlo. Ma la donna si voltò. Lo fissò. E in quello sguardo, Tommaso vide qualcosa che non aveva mai visto.
Vide se stesso. Ma non com’era. Si vide più vecchio, con il volto scavato dalla febbre, il respiro corto, il passo incerto. Vide la malattia, la polmonite, la fine.
Poi, come in un lampo, vide un altro sé. Non era lui, ma lo chiamavano con il suo nome. Era giovane, con gli occhi scuri, le mani che disegnavano traiettorie impossibili. Volava su una capra. Un sogno che sfidava la gravità e il buon senso.
Tommaso non capiva. Quel nome, quel volto, quel volo… Era sangue suo. Era spirito. Era familiarità.
Si svegliò sudato, con il respiro corto. Lo raccontò alla moglie cercando di capire cosa significava, Francesca disse: “è il nostro figlio, quello che sta sempre con le capre.” La malattia e la morte, arrivarono qualche anno dopo. Ma il sogno restò. Si raccontava. Quella donna vestita di nero, la Madonna per tutti. Ma quel volo su una capra!??
Sogno di Mia Madre
Mia madre era una donna povera, analfabeta, ma con tanta fede.
Cresciuta in un’Italia degli anni ’20 e ’30, dove le donne vivevano all’ombra degli uomini e di una religiosità conformista.
Eppure, in quella fede semplice, trovò una chiave per ascoltare qualcosa di più profondo: una voce che si manifestava nei sogni, capace di scuotere le certezze e guidare le scelte...
La notte era silenziosa, avvolta in un manto di quiete che sembrava custodire segreti antichi.
Mia madre dormiva, ignara che quella notte avrebbe cambiato il corso della sua vita. E poi, il sogno.
Non un sogno qualunque, ma uno di quelli che si imprimono nell’anima, che parlano con una voce che non si può ignorare.
Si trovava sulla strada di ritorno dalla campagna, il sole basso all’orizzonte che tingeva il cielo di un rosso profondo.
All’ingresso del paese, il suono delle campane a lutto ruppe l’aria, grave e solenne. Le campane annunciavano una perdita, un dolore che sembrava permeare ogni cosa.
Davanti a lei, un gruppo di donne vestite di nero si dirigeva verso una casa.
Mia madre, donna di doveri e di cuore, decise di seguirle.
Doveva sapere chi era morto, chi aveva bisogno del suo conforto.
Entrò nella casa, ma qualcosa non tornava.
Non c’era una bara, nessun segno tangibile del lutto.
Solo un silenzio pesante, carico di significati nascosti.
Una donna alta e magra, vestita di nero, si avvicinò a lei.
Il suo sguardo era severo, quasi accusatorio.
E poi parlò, con una voce che sembrava venire da un altro mondo: hei Tia...
Mia madre rimase interdetta. A mia? O focu miu! rispose, incredula.
Sì, proprio a Tia, ribadì la donna, con un tono che non ammetteva repliche.
'Ndai na fimmanejia ‘nta panza… e a stai ammazzando.
Quelle parole la colpirono come un fulmine. Si svegliò di soprassalto, il cuore batteva forte, il respiro affannato.
Accanto a lei, mio padre dormiva profondamente. Lo scosse, lo svegliò, e gli raccontò il sogno con la voce tremante.
Ma lui, scettico e infastidito, la rimproverò.
È solo un sogno, disse, e domani dobbiamo alzarci presto per andare in campagna.
Ma per mia madre non era solo un sogno.
Era un messaggio, un avvertimento che non poteva ignorare.
Si alzò, prese le medicine che le erano state prescritte e le gettò nella spazzatura.
Il giorno dopo, raccontò il sogno a sua madre, che le consigliò di non parlarne con nessuno.
Ti prenderanno per pazza, le disse.
Ma quando arrivò il momento di fare la solita puntura di ormoni, mia madre rifiutò.
Sentiva che quel sogno le aveva salvato la vita.
Andò a confessarsi, portando con sé il peso di quel rifiuto.
Ma il prete non la giudicò. Anzi, le disse che forse quel sogno era un dono, un segno che qualcosa di straordinario stava per accadere.
Sarà il bastone della vecchiaia, le disse, con un sorriso che sembrava sapere più di quanto dicesse.
E aveva ragione. Qualche mese dopo, gli esami confermarono ciò che sembrava impossibile: mia madre era incinta.
Una femminuccia, una nuova vita che sfidava ogni previsione.
Quando nacque, le infermiere la portarono in giro per il reparto come un trofeo, esclamando: Guardate quanto è bella a figgjia da vecchjia!
Oggi, partorire dopo i quarant’anni è quasi normale. Ma allora, era un evento straordinario, un miracolo che sfidava le probabilità.
E così, mi ritrovai con una sorella, figlia di un sogno. Un sogno che aveva salvato una vita e ne aveva creata un’altra. Strano, sì, ma profondamente vero.

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