Questa
frase di Benjamin Franklin mi ha sempre colpito.
Campeggiava
all’inizio del mio blog.
Perché,
in fondo, di libri ne ho letti molti—non tantissimi,
ma
abbastanza da farmi compagnia nei momenti giusti.
Eppure,
non avevo mai pensato di scriverne uno.
La
vita è piena di sorprese, e forse è arrivato il momento di mettere
nero su bianco qualcosa che valga la pena raccontare.
Perché
si scrive?
Forse
perché si ha qualcosa da dire...
Forse
perché si vuole urlare al mondo:
Io
esisto, e questa è la prova.
Magari
si scrive per vendere milioni di copie e cambiare la propria vita...
Magari...
O
forse per guardarsi dentro, per fare chiarezza, per tirare fuori quei
sassolini che pesano nelle scarpe.
Si
scrive per rivendicare un percorso, una storia.
Perché,
in fondo, ci sono mille motivi per scrivere. E io penso di averne
almeno uno. Forse centomila Forse nessuno.
Sono
Igor.
Non
sono solo un narratore, ma il custode delle voci che formano questa
storia.
Non
parlo da una posizione distaccata: io sono parte della vicenda, un
filo invisibile che lega ricordi, sogni e realtà.
In
questa narrazione, non sono l’unica voce:
c'è
Rocco, il latitante con la sua astuzia e la sua ombra costante.
C'è
il Texano, pratico e calcolatore, immerso nel mondo delle strategie e
delle onde della Borsa.
E
poi ci sono io, Gori, protagonista di un racconto fatto di scelte,
legami e misteri.
Questa
storia non è solo mia: è il riflesso di un viaggio più grande,
dove passato e presente si intrecciano, dove i sogni aprono porte
invisibili, e dove ogni azione ha un’eco nel destino.
Io
sono qui per guidare il lettore attraverso questo intreccio, per
raccontare con cura ogni dettaglio, ogni emozione, ogni svolta.
Prepara
la mente e il cuore: ciò che segue non è un semplice racconto, ma
un viaggio nel profondo di ciò che significa vivere, scegliere e
credere.
Bando
alle ciance, si va a raccontare… Inizia in un borgo, San Sostene.
Gregorio
del 1800: Il Carbonaio e il Sogno della Libertà
Nella
gelida notte della foresta di San Sostene, Gregorio Capano avanzava
con il peso di sacchi di carbone sulle spalle e un sogno più grande:
un’Italia libera e unita.
Non
era solo un carbonaio, ma un rivoluzionario.
Mentre
le sue mani plasmavano carbone nei forni, la sua mente forgiava
ideali.
Le
sue notti erano dedicate alla ribellione, tra messaggi segreti e
patti sotto la luna, convinto che il suo sacrificio avrebbe risuonato
nelle generazioni future. Quando Teresa Gualtieri gli mostrò
suo
figlio, Domenico Antonio, “Micantuani”
nel 1830, sentì un brivido, un tremolio, ma non era di freddo, erano
gli occhi dell’infante che gli parlavano. Crebbe con braccia forti
per la campagna.
Tra
l’odore della legna e i racconti paterni,“Micantuani”
sposò Barbara Procopio, una donna dal sorriso luminoso e
un’indomabile forza d’animo.
Erano
anni pieni di speranza, da Roma arrivavano le notizie sulla
Repubblica, sulla fuga del papa a Gaeta.
Insieme
costruirono una famiglia numerosa, pilastro di speranza a San
Sostene.
Antonio,
il primogenito, Vincenzo, Gregorio, e sorelle, Maria Rosa, Teresa e
Francesca.
Sacrificio
e Scelte
La
vita a San Sostene era dura, ma piena di momenti condivisi: cene al
tavolo di legno, storie attorno al fuoco.
Domenico
Antonio portava il peso del passato mentre guardava al futuro con
resilienza.
Tra
i suoi figli, Gregorio e Vincenzo brillavano come opposti.
Vincenzo,
detto "u
Malandrinu,"
era l’anima ribelle e audace;
Gregorio,
riflessivo e metodico, era conosciuto come “u
poeta”per
la sua oratoria.
Basta.
La voce di Gregorio, spezzata ma decisa, ruppe il silenzio della
stanza come una lama sottile. "Devo cambiare aria, qui non si
può più stare," disse, stringendo le mani a pugno. L'eco delle
sue parole sembrava rimbalzare contro le pareti, affollate da troppi
ricordi e troppe speranze infrante.
Era
una riunione di famiglia, la solita, la domenica, quando il lavoro lo
permetteva. Ma quella volta l’atmosfera era diversa: pesante, densa
come la nebbia che avvolgeva le montagne all'alba. La notizia della
Ferriera di Mongiana messa all'asta aveva svuotato l'aria di ogni
sogno. Chiusa definitivamente.
"I
piemuntisi ci stanno affamando," aggiunse Gregorio, la sua voce
ora più alta, più tagliente. Si alzò in piedi, camminando avanti e
indietro con passi nervosi. Ma nei suoi occhi brillava qualcosa di
diverso: una paura nascosta dietro la rabbia, un dubbio che non
voleva confessare nemmeno a sé stesso.
DomenicoAntonio
osservava tutto in silenzio. Seduto al suo posto, con le mani posate
sul tavolo, sembrava una roccia che resiste a una tempesta. Che
senso ha tutto questo?
si chiedeva, mentre il cuore gli suggeriva di restare e la mente gli
ricordava che la realtà si stava sgretolando sotto i suoi occhi.
"Fra castagne, legname, funghi... di fame non si muore,"
disse infine, con un tono più basso, più calmo. "La montagna
ci ha sempre dato sostegno."
Ma
mentre pronunciava quelle parole, un nodo si formava nella gola.
Sapeva che stava difendendo più di una terra: stava difendendo il
passato, i ricordi, e forse anche la paura di cambiare.
"Ha
ragione Gregorio," intervenne Vincenzo, appoggiando un pugno sul
tavolo. "Dobbiamo andare, altrimenti qui finisce male."
Guardò gli altri con occhi sfuggenti, come se già si vedesse
altrove, lontano, dove nessuno poteva giudicarlo per i suoi legami
con i briganti, né per le sue decisioni affrettate.
Barbara,
accanto a DomenicoAntonio, si muoveva appena. Con lo sguardo perso
nel vuoto, si chiese cosa significasse davvero restare. Per lei,
quella casa e quelle montagne erano tutto, ma era disposta a
sacrificarsi per un futuro migliore? "Se restiamo, pagheremo il
prezzo," pensò, ma il pensiero rimase silenzioso, inghiottito
dal peso del momento.
Gregorio
si fermò, fissando il vuoto davanti a sé. "Conosco qualcuno
dall’altra parte della montagna, a Dasà," disse infine. La
sua voce era più bassa ora, quasi un sussurro. "Mi ha detto
che, se voglio, posso andare. La porta è sempre aperta."
Vincenzo
e Gregorio
Gregorio
e Vincenzo erano come il giorno e la notte.
Dove
uno era calma e pianificazione,
l’altro
era azione e cuore.
Vincenzo,
il maggiore, era conosciuto come "il Malandrino," un
nomignolo che racchiudeva il suo spirito ribelle e scanzonato.
Era
l’uomo delle soluzioni rapide, del carisma innato,
del
fuoco che non si poteva spegnere.
Era
il tipo di uomo che potevi immaginare camminare tra la folla con un
sorriso spavaldo, capace di portare dalla sua parte anche chi non era
d’accordo con lui.
Gregorio,
invece, rifletteva prima di agire.
Lo
chiamavano anche "u
poeta"
perché nell’osteria, dopo un bicchiere di vino, era Maestro nel
"baccagghju"
confronto in musica o una disputa verbale, spesso vivace e creativa.
Pensava
al futuro, alle conseguenze, a come ogni passo potesse cambiare il
destino della famiglia.
Dopo
una discussione sfociate in lite, pensando al peggio,
dovettero
allontanarsi dal loro Paese, scappare era la soluzione.
Le
montagne di Fabrizia, Arena erano i sentieri da seguire.
A
Soriano, i due fratelli si “detteru
la manu”
non
per mancanza di affetto, ma perché capirono
che
era meglio così, se arrestavano uno, l’altro poteva aiutare.
Vincenzo
scelse il rischio, il pericolo, Vibo Valentia. Fondò il clan dei
Capano. Temuti e rispettati. Gregorio scelse Dasà. Scelse di
costruire.
Questo post era "seppellito" nel vecchio blog. datato 2017 vento è il titolo.
https://goricapano.blogspot.com/search?q=vento
Riletto oggi mi ha impressionato una foto. Gli ho dato una rinfrescata e lo rimetto "in gioco"
E' arrivato con il vento, porta cambiamento. Vittorio s'è palesato, l'amico sperato. Intralligenti, defigenti, malpensanti. Quando si chiude una porta, si spalanca un portone,
aumenta la reputazione, caccia la frustrazione. Il messaggio è arrivato di maggio, il vento gli ha dato il passaggio. Una, vado via, due, vai via. Sono accoppiate le notizie scoppiate. Dopo 5 anni di convivenza, non c'è più convenienza. Anche il garagista va fuori pista. ricomincio da tre, puntando su me. Gli altri li parcheggio in soffitta, a fare da vedetta. se avvistate i ladri, fate un fischio, non posso permettermi un altro fiasco. Il cambio è nello strumento, non si combatte contro il tempo. Via le opzioni, avanti col future, le operazioni saranno più sicure. perdita sempre inserita, serve ad alleviare la ferita. stop, sempre cento, commissioni dentro. Con due non cambia la strategia, Fibonacci da' energia.
il gioco è duro, li metto al muro. se va bene l'operazione, è lo stipendio la consolazione. Cinque mesi in pista questo il tempo per la risposta. da giugno a novembre il responso se sono degno. le operazioni maggiori li postero' prima, altrimenti come faccio a fare la rima. Munitevi di carta e penna, vediamo se ho munizioni in canna.